GARIBALDI E COMPAGNIA BELLA – Riflessioni di Luciano Salera

“Chi non conosce la verità è un povero sciocco,
ma chi conoscendola la chiama bugia
è un vero delinquente”.
Bertolt Brecht

Paul Léautaud con convinzione, affermava: “Diffido di coloro che vogliono salvare il genere umano: dentro si nasconde sempre un tiranno”. Aveva perfettamente ragione, il grande scrittore illuminista, e lo vediamo anche questa volta in cui chi in questo momento vi scrive ha tirato fuori pensieri, parole ed opere dagli archivi risorgimentali del faccendiere inglese William Gladstone e, attraverso una ricerca accuratissima di documenti inoppugnabili, ce lo mostra in tutta la sua abbietta personalità.

Tutto si ripete, sempre, con monotonia: per impadronirsi di un Paese e delle sue ricchezze basta nascondersi dietro nobili asserzioni di bontà e disinteresse, enfatizzando urbi et orbi la malvagità dei governanti e l’oppressione che costoro fanno su popoli inermi tanto che la morale, la religione e la giustizia ci dicono, se non, addirittura, ci impongono di andare a salvare. Attenzione non per mire territoriali e finanziarie, assolutamente no, ma scherziamo?, bensì solo e soltanto per pura bontà d’animo!

Basta leggere la Storia, e questo fin dai tempi addirittura omerici, quando per impadronirsi delle ricchezze di Troia qualcuno trovò la scusa di dover lavare l’onore di un marito tradito!

Così fu fatto in America quando gli zotici yankee si presero la parte migliore del paese con la scusa di liberare i negri di cui non gliene poteva importare meno; così fecero gli spagnoli che in nome di Dio e del loro cattolicissimo re distrussero una Civiltà favolosa, la Precolombiana, saccheggiandone gli immani tesori; così i coloni decimarono i nativi americani per appropriarsi dei territori dicendo che rappresentavano il demonio; per non parlare dei sanculotti della Rivoluzione francese che azzerarono la classe che aveva fatto la gloria della Francia, per instaurare la libertà, la fraternità e l’uguaglianza, mica per prendersi i beni degli aristocratici. Lo stesso fu fatto dai comunisti sempre dopo avere additato quanto erano cattivi gli zar e che si doveva liberare il proletariato… Insomma, i motivi addotti sono sempre onorevoli, umanitari ed ideali mentre bisogna sbandierare in lungo e in largo le nequizie immaginarie che albergano nel Paese che si vuole per sé.

Abbiate pazienza, ma la storia dei “mille” di Garibaldi non ce l’hanno dipinta fin dai tempi di scuola come il racconto di un manipolo di eroi che andava a salvare i napoletani vittime di re malvagi? La realtà, come sappiamo (o dovremmo sapere), fu ben diversa in quanto, per “salvare” i napoletani oppressi si arrivò ad una drastica soluzione: spedirli subito all’Aldilà, dopo averli ovviamente depredati di tutto. Per far questo Sua Maestà Britannica mandò nel Mezzogiorno d’Italia un certo Gladstone perché si impegnasse, senza far nulla (e lo affermò lui stesso qualche decennio dopo), a trasmettere in patria (la sua) notizie catastrofiche sulla realtà duosiciliana.

In questo modo mister Gladstone si dette da fare dipingendo come “negazione di Dio” il florido, sereno, ricco, e pacifico Regno delle Due Sicilie.

Non gli fu da meno Giuseppe Garibaldi che, messo a capo di mille disperati morti di fame, sotto la guida di Piemonte ed Inghilterra, entrambi ubbidienti agli ordini provenienti direttamente dalla Massoneria inglese, dopo aver atteso che i soldi massonici (leggi piastre turche) avessero ultimato l’acquisto dei comandanti dell’esercito e della marina delle Due Sicilie, comparve sulla scena per ultimare l’immensa rapina.

Ma tutto questo ancora oggi, siamo ai primi del 2018, non si può dire. Siamo obbligati, volenti o nolenti, a sorbirci sempre l’eterna, immutabile, paccottiglia su Garibaldi, le mille camicie rosse, gli eroi garibaldini ed i meschini, feroci, borbonici.

Non è possibile star buoni e zitti ad ascoltare, senza possibilità di replica ma, al contrario, plaudendo a questi cosiddetti eroi il cui merito fu solo quello di invadere uno stato prospero e secolare con la complicità della malavita (leggi mafia in Sicilia e camorra di Liborio Romano nel napoletano) ed a tutte le più alte cariche militari di terra e di mare che tradirono, per soldi e promesse di future prestigiose carriere nel novello esercito italiano da costruire. Il tutto, è opportuno ripeterlo, foraggiato dai servizi segreti britannici, alla faccia di ogni norma di diritto internazionale.

E questo sarebbe… il meno, ammesso che ci sia consentito un tale modo di dire.

La tragedia, quella vera, quella di cui a distanza di oltre 150 anni nessuno parla, è scritta nei documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria, insomma… dell’intero Sud.

Per quanto riguarda questo lavoro, per intendere a fondo quali fossero le strategie politiche della Gran Bretagna (vera signora e padrona di questo periodo storico detto “epoca vittoriana, dal 1837 al 1901 nel corso del regno della  Regina Vittoria) e quali gli obiettivi che si era prefissata di raggiungere, occorre esaminare a fondo la realtà in cui si dibatteva l’Inghilterra. Durante questa lunga fase storica, se è vero che la nazione britannica attraversò un periodo di floridezza economica accompagnata ad una forte espansione commerciale coloniale di assoluta importanza, è altresì ancora più vero che vide emergere seri e complessi problemi sociali al suo interno.

In queste righe ci occuperemo di tutto ciò che possa servire a chiarire il contesto in cui nacque e si sviluppò il fenomeno dell’imperialismo inglese abbinato a quello, molto più “casareccione” nonché “sciatto e banale” del cosiddetto “Risorgimento italiano” (che lo scrivente ha sempre chiamato “piemontese” perché a “risorgere” fu il Piemonte ed il suo sconquassato Regno sardo e non, certo, il resto d’Italia); Risorgimento che, come felicemente definito da Antonio Socci, può a buona ragione considerarsi “un episodio dell’imperialismo inglese”.

Al paragrafo IV del suo “Il ruolo della Gran Bretagna nella caduta del Regno delle Due Sicilie”, Martin Kohler, scrive. “…per i politici britannici dell’epoca vittoriana era una considerazione normale salvaguardare all’estero gli interessi economici della Gran Bretagna ed anche considerarli uno dei compiti più importanti della politica estera”. Pitt constatò in modo secco che “politica britannica” voleva dire commercio. Lord Palmerston nel 1834 dichiarò nel suo discorso dinanzi al parlamento britannico che accusare il ministro degli esteri inglese d’indifferenza verso il commercio equivaleva a negargli la capacità di giudizio. Granville dichiarò nel 1851, in occasione del passaggio di potere del ministro degli esteri, che il dovere più grande del governo britannico deve essere di garantire la sicurezza necessaria per il successo estero. Molto evidente diventa il rapporto tra interessi politici ed economici nella seguente dichiarazione di Disraeli nel 1842 davanti la camera bassa:
“Se un interesse commerciale è di una qualunque rilevanza, è anche un interesse politico, soprattutto in un paese in cui il commercio ed una delle fonti più importanti del benessere nazionale e delle finanze dello stato, per cui un interesse commerciale rappresenta una priorità politica”.

Gladstone, buon ultimo, affermò nel 1855: “L’emanazione da parte dei paesi esteri di leggi insensate e ingiuste può seriamente limitare ed ostacolare l’espansione del nostro commercio”.

Il 1 Marzo 1848 Palmerston fece chiaramente capire che per lui le amicizie e le ostilità nella politica internazionale non dipendevano da principi, ma dall’utilità che avrebbero per la Gran Bretagna:
“We have no eternal allies, and we have no perpetual enemies; our interests are eternal and perpetual, and those interests it is our duty to follow”. Traduz. “Non abbiamo alleati eterni, e non abbiamo nemici perpetui; i nostri interessi sono eterni e perpetui, e quegli interessi è nostro dovere seguire”.

L’idea chiave della politica britannica non era orientata verso parametri filantropici e morali, ma all’espansione ed al rinforzamento del proprio potere. L’Italia, la Grecia, il regno Ottomano e la costa nordafricana erano l’obiettivo della politica estera e la British Navy spesso diede supporto agli sforzi diplomatici. La sicurezza delle rotte di commercio ed il benessere dei cittadini britannici erano gli obiettivi principali.

Nella House of Commons quasi quotidianamente si fece riferimento all’importanza del commercio con l’India ed alla sicurezza per le rotte marine attraverso il mediterraneo orientale. Il significato delle isole mediterranee Malta e Sicilia aumentano enormemente in questo contesto.

There is little doubt that the British government had more than a passing interest in the movements of foreign ships along the Mediterranean coastline”. Traduz. “Non c’è dubbio che il Governo Inglese avesse più di un interesse passeggero nei movimenti di navi straniere lungo la costa Mediterranea”.

Sulle teste dei politici britannici si trovava sempre la spada di Damocle e lo spessore del crine di cavallo dipendeva dalla “dominazione delle onde” che era la conditio sine qua non dell’egemonia commerciale britannica.

Pertanto, mentre in Inghilterra parlavano di cose serie ed erano impegnatissimi a trovare le soluzioni migliori e meglio adeguate ai problemi che intendevano risolvere, in Italia si faceva la storia scrivendo il Risorgimento per come faceva comodo ai “potenti” dell’epoca. Una “storia” piena zeppa di “storielle”. Ecco, quindi, che a distanza di oltre un secolo tutti i “fatterelli” scritti per osannare quel periodo (che andrebbe, onestamente, riproposto agli italiani in maniera più aderente al vero, quindi riscritto come si sta cercando di fare da qualche decennio a questa parte) vengono rivisti in una luce sempre più aderente alla realtà.

La storia del Risorgimento italo-piemontese è stracolma di racconti fantastici contrabbandati per fatti storici oltre che di altrettanti fatti, che ugualmente storici non sono, ma che sono rimasti misteriosamente avvolti in una coltre di mafioso silenzio degno delle migliori tre scimmiette, avvenimenti, questi, che con la storia non hanno assolutamente nulla da condividere se non con la cronaca nera che accompagna ancora oggi la nostra quotidianità.

Nel Regno Napoletano, un signore inglese fino a quel momento mai sentito nominare, sulla falsariga dei fratelli Grimm -all’incirca nella metà dell’800- fu mandato in Italia, meglio, a Napoli e dopo un po’ di mesi di soggiorno in questa città scrisse una favola che, in luogo di narrare di una bella bambina con un cappuccetto rosso, raccontava di un brutto re, una specie di orco, corto, brutto, sporco, analfabeta e cattivo.

Questo orco malefico teneva in schiavitù i suoi popoli esercitando su di loro una feroce, infame e dispotica tirannide.

La fiaba inglese, ambientata a Napoli nel 1850, invece di portare allegria a grandi e piccoli procurò, al contrario, tanto, ma tanto, male alle Due Sicilie facendo in modo che non solo in Italia, ma in tutta Europa (che a quei tempi poteva considerarsi il mondo intero) l’immagine borbonica venisse letteralmente stravolta divulgando un aspetto assolutamente inventato ed inesistente di quel Regno. Lo sterminato esercito degli pseudo storici regimental-sabaudi (ben pagati dal Piemonte) diffuse infami calunnie sull’antica Monarchia e le sue strutture politiche, militari ed amministrative al fine di mettere nella dovuta e voluta evidenza ferocia e disumanità. Un Regno a capo del quale vi era un tiranno al cui cospetto il mongolo senza fissa dimora Gengis Khan o il sovrano turco dell’Asia Centrale Timur Lenk detto “lo zoppo” (italianizzato come Tamerlano), a capo dei loro barbarici eserciti, scomparivano letteralmente non potendo reggere il confronto con quel Re detto “Bomba”!

Questo confronto che, a prima vista, potrà apparire eccessivo e fuor di luogo, non è né eccessivo né fuor di luogo. Garibaldi (il buon Gesù della “provvidenza risorgimentale”) nel partire da Quarto, nella notte tra il 5 ed il 6 maggio 1860, indirizzò a Vittorio Emanuele una lettera dando ampia dimostrazione del suo carattere ambiguo che, a seconda se gli facesse comodo o meno, lo induceva a passare dall’adulazione sdolcinata ed irritante alla più spudorata inverecondia (ne sono splendido esempio sia la lettera a Vittorio Emanuele -di cui faccio seguire un brevissimo passaggio- che la furibonda lite con Cavour per aver aderito e firmato l’accordo con Napoleone III per il passaggio di Nizza, sua città natale, alla Francia a seguito degli accordi di Plombiéres).

In questo breve scritto “garibaldino” (da me ripreso in: “Garibaldi, Fauché e i predatori del Regno del Sud”, pag.115, Controcorrente, Na, 2006) di purissima e raffinata adulazione retorica, ipocrita e cortigiana, sommata alle più sincere menzogne, si possono cogliere le seguenti due affermazioni (il resto lo abbandono essendo immeritevole di qualsiasi commento): la prima è quella con cui “l’invitto generale” esordisce affermando «il grido di affanno che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie» che ricorda il famoso, ma che dico famoso, l’osannato discorso alle Camere riunite del 10 gennaio 1859 -primo atto ufficiale del nuovo anno, che segna l’apertura della VI Legislatura, Sessione II- ovvero quando Vittorio Emanuele legge il suo breve discorso, scrittogli da Napoleone III, almeno nel solo passaggio seguente che recita: «nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di Noi».

Attenzione, fate caso alla “portata” del “grido”: per Garibaldi il “grido di affanno” proviene dalla Sicilia ed è un accenno di grido, un gridolino, per Vittorio Emmanuele, lui è il Re gli spetta una porzione di grido ben più grande, “il grido di dolore” proviene da tante parti d’Italia.

Garibaldi, a mo’ di suono che rimbomba nel silenzioso vuoto notturno di una cattedrale nel deserto, ripete a Vittorio Emanuele il concetto che questi -grazie a Napoleone III, come appena detto- aveva già espresso buoni sedici mesi prima! La seconda, poi, riferendosi ai rischi cui affermava di andare incontro (mica poteva mettere per iscritto che ci pensavano gli inglesi a proteggerlo…) è questa: «…io non ho consigliato il movimento insurrezionale de’ miei fratelli in Sicilia, ma dal momento che essi si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione…».

Questa affermazione, dovendola definire in qualche modo, è difficile da circostanziare nel senso che si è in dubbio se definirla coerentemente pazzesca o semplicemente demenziale. Io sono per la seconda anche se Garibaldi, che era abituato a non correre rischi, afferma “non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione” significa che ha avuto ampie garanzie di protezione adeguata.

E da chi poteva averle queste garanzie? Già, da chi poteva averle se non dall’Inghilterra?

Ora, a parte la modesta constatazione sul “movimento insurrezionale siciliano”, cui accenna il più che male informato Giuseppe Garibaldi che, in effetti, altro non è che quello cosiddetto dei “fatti della Gancia” che fanno capo nientemeno che ad un non meglio identificato rivoluzionario (tal Francesco Riso) che oltre a quella di rivoluzionario come attività svolgeva quella di “stagnaro” o “fontaniere” (peraltro immediatamente individuato e messo a tacere dal Commendator Salvatore Maniscalco, famoso e temuto Direttore della Polizia di Palermo) è il caso di mettere nella dovuta evidenza, che non servirono assolutamente a nulla nel senso che non modificarono di un nonnulla la tranquilla quotidianità palermitana.

Di cosa vagheggia, quindi, Garibaldi con i suoi fratelli siciliani che si erano sollevati a nome dell’unità italiana e di Vittorio Emanuele sua personificazione?

Fratelli siciliani” che non arrivavano, nella migliore delle ipotesi, ad una ventina di persone in tutto, peraltro bene imboscate in un Convento di monaci (quello della Gancia appunto, dei Frati Minori Osservanti) della quale ventina di rivoluzionari tredici finirono dinanzi ad un plotone di esecuzione!

Questa è la storia vera, se poi vogliamo occuparci delle “storielle” raccontate dagli storici del Risorgimento piemontese allora occorre che ve la facciate raccontare da qualche altro.

È chiaro il concetto?

“La più infame tirannide dell’epoca nostra” è affermazione di una bestialità dalle dimensioni dell’Etna visto che la spedizione si avviava, in allegra scampagnata, verso la Sicilia.

Certo, e non perché mi considero duosiciliano a tutti gli effetti, mi chiedo e vi chiedo quale fondamento di credibilità può avere un’affermazione del genere quando è risaputo per ammissione generale anche da parte degli stessi storici risorgimentalisti, che le Due Sicilie era uno “Stato fondato sulla concordia, la pace, il rispetto, il diritto e la fede in Dio”.

Ferdinando fu odiato dall’oligarchia anglo-massonico-liberal-sabauda, che vedeva nel Re Napoletano un pericolosissimo avversario ed un agguerrito concorrente, grazie alla posizione strategica del suo Regno al centro del Mediterraneo ed alla sua potentissima flotta mercantile e militare, nella gestione, a suo tempo, del controllo dei traffici in quello strategico ed importantissimo Mare.

Luciano Salera

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