La Cappella Sansevero: un “affare di famiglia”

Santa Rosalia (Francesco Celebrano, 1756 ca.) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

di Giovanni Abbatangelo

Com’è noto a tutti, la Cappella Sansevero non è una chiesa come tutte le altre. È un capolavoro barocco unico nel suo genere che custodisce una tra le più incredibili opere scultore mai realizzate, il Cristo Velato di Giuseppe Sammartino (Link). Come abbiamo raccontato nell’articolo “La misteriosa simbologia massonica della Cappella Sansevero” (Link), è anche la perfetta riproduzione di un tempio massonico, con i suoi simboli e i suoi misteri alchemici, ma è principalmente una chiarissima testimonianza della potenza del principe Raimondo De Sangro di Sansevero e della sua famiglia, che ne commissionarono l’ampliamento e l’arricchimento durante la metà del ‘700.

Cristo velato, part. (Giuseppe Sanmartino, 1753) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Infatti, facendo un giro tra le meraviglie custodite all’interno della cappella, sparse tra le sculture maggiori, è possibile imbattersi in numerose opere realizzate con il chiaro intento di tramandare ai posteri il nome e le gesta dei componenti della famiglia del Principe di Sansevero. Sul portone d’ingresso del tempio, quasi a guardia delle meraviglie che vi sono contenute, si trova il Monumento a Cecco de’ Sangro realizzato da Francesco Celebrano nel 1766. La scena rappresenta il predecessore del Principe Raimondo in una scena avvenuta durante la guerra nelle Fiandre a fianco di Filippo II di Spagna, di cui Cecco era ufficiale: il valoroso progenitore, secondo la leggenda, si sarebbe finto morto e fatto chiudere dentro una bara dalla quale uscì dopo due giorni. In tal modo riuscì a cogliere di sorpresa gli avversari e a conquistare la città di Amiens.

Ingresso principale – Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Ma è all’interno che si concentrano le numerose opere che ritraggono i vari principi che si sono susseguiti nei secoli e che hanno tenuto alto il nome dei De Sangro.

La prima opera in cui ci si imbatte entrando nella cappella è il monumento a Giovan Francesco di Sangro, terzo principe di Sansevero, morto all’età di 40 anni durante una spedizione in Africa. Si nota un angelo alato che piange sulla lapide che ricorda le gesta militari del defunto, mentre le lacrime dell’angelo cadono in un’acquasantiera a forma di conchiglia.

Nella prima cappella a sinistra è possibile ammirare il monumento a Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero, realizzato nel 1642 da Bernardo Landini e Giulio Mencaglia. La statua raffigura l’uomo nei panni di un cavaliere, al centro tra due piccoli leoni che portano un teschio e una clessidra, come simbolo della fugacità dell’esistenza terrena. A seguire, nella seconda cappella a sinistra, si trova il monumento dedicato a Giovan Francesco di Sangro, primo principe di Sansevero e considerato il fondatore della cappella, ritratto mentre indossa l’armatura da soldato.

Dall’altra parte, la prima opera a destra è il monumento a Giovan Francesco di Sangro, quinto principe di Sansevero, anch’esso celebrato da un angelo alato con in mano una fiaccola in segno di lutto che si erge su un’acquasantiera a forma di conchiglia. Nella prima cappella a destra è eretto il monumento funebre a Paolo di Sangro, secondo principe di Sansevero, ritratto nelle vesti di un centurione romano con una lancia spezzata nella mano destra. Nella cappella successiva, la seconda a destra, si trova il monumento a Paolo di Sangro, sesto principe di Sansevero, realizzata da Antonio Corradini nel 1742. Si tratta di un semplice mezzobusto in marmo che ritrae l’uomo mentre indossa le insegne delle cariche politiche ricoperte.

Ma la famiglia del Principe non era composta soltanto da combattenti e guerrieri. Il Principe ha voluto omaggiare anche due suoi antenati passati alla storia per le loro vicende legate alla religione.

Santa Rosalia (Francesco Celebrano, 1756 ca.) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Alla sinistra dell’altare maggiore è stato inserito il monumento funebre dedicato al Patriarca di Alessandria Alessandro di Sangro. Si tratta di un mezzobusto che ritrae l’uomo in abiti religiosi tra due angioletti, il tutto appoggiato su un basamento in marmo con delle iscrizioni relative alla carriera ecclesiastica di Alessandro.

Il Principe, inoltre, vantava di poter discendere da Santa Rosalia, tra le componenti più famose della famiglia, morta durante la metà del XII secolo e divenuta patrona di Palermo dopo la peste del 1624. L’opera di Francesco Quierolo, di pregiatissima fattura, tanto da meritarsi gli elogi di Antonio Canova, ritrae rappresenta Rosalia inginocchiata nell’atto di pregare, con il capo cinto da una corona di rose.

Ai lati dell’altare, a comporre insieme al Cristo Velato la “triade” delle opere più importanti conservate nella cappella, si trovano le statue della Pudicizia e del Disinganno. Abbiamo già parlato dei significati simbolici celati da queste due opere che rappresentano rispettivamente Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di Raimondo, morta quando questi aveva meno di un anno, e Antonio di Sangro, padre del Principe.

Pudicizia (Antonio Corradini, 1752) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

La statua della Pudicizia celebra la madre di Raimondo raffigurandola completamente velata da un drappo trasparente che lascia intravedere il viso e il corpo nudo. L’autore, Corradini, riesce a modellare il velo con una maestria paragonabile a quella con cui Sammartino ha realizzato il Cristo Velato, ottenendo un effetto di simile bellezza. La composizione vuole ricordare la morte prematura della principessa Cecilia.

L’opera dedicata ad Antonio è il Disinganno, e trae spunto dalla vita sregolata condotta dal padre del Principe. L’uomo girò per tutta l’Europa cedendo ai vizi più disparati, fino al momento in cui, ormai anziano, tornò a Napoli e si pentì dei propri peccati, prendendo i voti da sacerdote. La raffigurazione è chiara:  un uomo che si libera da una rete che simboleggia il peccato, aiutato da un putto, mentre ai piedi della composizione si trova una bibbia aperta.

Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Come abbiamo visto, tutta la cappella è ornata da numerosi monumenti che celebrano gli antenati del Principe. La volontà che spinse Raimondo a volere con forza queste rappresentazioni è piuttosto chiaro: ricordare l’antica origine nobile dei De Sangro e rievocarne le azioni. Ancora oggi è impossibile non restare estasiati dalla magnificenza dei manufatti racchiusi nella “cappella di famiglia”: l’intento del principe di celebrare meravigliando è stato sicuramente raggiunto, e sarà così ancora nei secoli a venire.

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