La misteriosa simbologia massonica della Cappella Sansevero

Pavimento labirintico (Francesco Celebrano, dal 1765 al 1771 ca.) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

di Giovanni Abbatangelo

Abbiamo già raccontato la storia e le vicende di Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero (link), uomo tanto affascinante e misterioso quanto intelligente e curioso. La fama del Principe non è stata intaccata dal passare dei secoli: sono incredibili le sue gesta nel campo della meccanica, della chimica, della letteratura, ma sono ancora più meravigliose le opere d’arte che, per suo volere, sono state tramandate ai posteri. Il trionfo del suo genio è senza dubbi la Cappella Sansevero, trasformata a partire dagli anni ’40 del Settecento in quel capolavoro barocco che è possibile visitare ancora oggi nel cuore di Napoli, a due passi dalla centralissima Piazza San Domenico Maggiore.

Il visitatore che oltrepassa il portone di ingresso non può non restare estasiato dalla quantità di bellezze che si concentrano in un unico edificio: affreschi, statue, monumenti e ritratti fanno da sublime cornice ai due gioielli conservati nella Cappella, ossia il Cristo Velato, posto al centro della navata centrale e realizzato dalle sapienti mani di Giuseppe Sammartino, e le Macchine anatomiche, due scheletri al cui interno è fedelmente riprodotto l’intero sistema circolatorio.

Cristo velato, part. (Giuseppe Sanmartino, 1753) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Per via dell’abbondanza di stimoli visivi e sensoriali che la Cappella ci dona, è molto difficile, almeno per il turista meno attento, concentrarsi sull’infinità di dettagli e simboli che il Principe ha voluto inserire e velare tra i manufatti che impreziosiscono il luogo. Prima dell’intervento di Raimondo, la piccola chiesa era semplicemente un luogo che raccoglieva le salme della famiglia, ma con il restauro si caricò di un’iconografia che, a primo impatto, si può collegare alla fede religiosa cattolica ma che, meno manifestatamente, invia un importante messaggio allegorico massonico, alchemico ed esoterico.

Non è un mistero che Raimondo di Sansevero sia stato uno dei più importanti ed influenti massoni napoletani. Fin da piccolo studiò presso il Collegio dei Gesuiti di Roma, custodi da sempre delle conoscenze più occulte, e tornato a Napoli si unì alle fila delle società segrete partenopee. La reputazione del Principe migliorò anno dopo anno fino al momento in cui, anche grazie alla sua potente cerchia di amici, riuscì a diventare Gran Maestro della Gran Loggia Nazionale di Napoli. All’epoca, però, sia il Re di Napoli Carlo III, sia il Papa Benedetto XIV, condannavano fermamente le associazioni esoteriche e i suoi seguaci, tanto che il coinvolgimento del Principe nella Massoneria gli causò anche una scomunica. Si rese necessario escogitare un modo per tramandare le conoscenze iniziatiche ed alimentare il mito della figura di Raimondo in maniera sì potente e funzionale, ma non troppo vistosamente, rendendo il messaggio comprensibile solo a pochi edotti e senza il rischio di incappare nella censura.

Ritratto di Raimondo di Sangro (CarloAmalfi,1759 ca. (?)) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Per questo motivo, la Cappella di Sansevero fu trasformata e decorata in modo tale da presentarsi come un vero e proprio tempio massonico, di cui riproduce fedelmente la pianta, quale rappresentazione del percorso iniziatico alchimico verso l’illuminazione.

Giunti alla soglia del portone di ingresso, guardando in alto, ci si imbatte nel Monumento a Cecco di Sangro, realizzato dall’artista napoletano Francesco Celebrano. Raimondo ha voluto ritrarre il suo antenato nel momento in cui esce fuori da una cassa nella quale si è nascosto per due giorni per sgominare i nemici, ma un’interpretazione meno canonica è quella secondo la quale Cecco rappresenti il Copritore Interno del tempio massonico, il Guardiano posto all’ingresso del luogo di ritrovo con la spada sguainata, pronto a bloccare l’accesso ai profani e ad accogliere l’iniziato. Inoltre, l’atto di uscire dalla cassa allude simbolicamente alla vita eterna che la conoscenza dona a chi la possiede.

È noto come all’ingresso di ogni tempio massonico siano posizionate le due colonne di Boaz e di Jakin, richiamo alle colonne situate nel Tempio di Salomone, luogo simbolico per la massoneria, e alle Colonne d’Ercole, passaggio verso Atlantide, la civiltà da cui deriva tutto il sapere ermetico. All’ingresso della Cappella, esse sarebbero rappresentate dalle statue del Decoro e dell’Amor Divino. La prima raffigurazione (Decoro) ha come soggetto un giovane dalle sembianze androgine che indossa un sandalo e uno zoccolo. È chiaro il parallelismo con il neofita massonico, che al momento dell’iniziazione, entra nel tempio con un piede scalzo. La seconda statua (Amor Divino) raffigura anch’essa una figura androgina che stringe nella destra un cuore fiammeggiante e ha la mano attorcigliata da una catena. L’allegoria è al fuoco che l’alchimista riceve proprio da Dio. Entrambe le statue, dunque, descriverebbero due tappe del cammino iniziatico: l’acquisizione della rettitudine morale e il dominio sulla sua natura animalesca.

Decoro (Antonio Corradini, 1751) e Amor divino (Francesco Queirolo ?, seconda metà XVIII sec.) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Passiamo dunque alle statue che decorano la navata principale, le cosiddette “Statue delle Virtù”. Già ascoltando i loro nomi appare evidente come ogni figura rappresenti uno degli obiettivi morali e personali che un uomo deve raggiungere durante il cammino iniziatico-massonico. Di seguito analizziamo alcuni dei simboli nascosti tra i marmi.

Nella “Liberalità” fanno sfoggio di sé un compasso e una piccola piramide, simboli chiave della massoneria: il compasso rappresenta la volontà, il genio, la capacità, mentre la piramide, presa in prestito dagli antichi culti egizi, allegoria della scala a mezzo di cui è possibile ascendere al cielo.

Interessante è anche la “Sincerità” che rappresenta una donna che tiene nella mano destra un caduceo, ossia un bastone con due serpenti attorcigliati, simbolo dell’unione degli opposti (zolfo e mercurio), elementi grazie ai quali la materia grezza si trasforma in pietra filosofale.

Liberalità (Francesco Queirolo, 1753-54) e Sincerità (Francesco Queirolo, 1754-55) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Le statue più famose della Cappella Sansevero, oltre al Cristo Velato, sono la “Pudicizia” e il “Disinganno”, situate rispettivamente a sinistra e a destra dell’abside. La prima è dedicata alla madre del Principe di Sangro, Cecilia Gaetani; la seconda al padre Antonio. La Pudicizia rappresenta una donna coperta da un velo ed è l’allegoria della sapienza, tangibile ma nascosta, oltre a essere un chiaro riferimento alla dea Iside, alla quale era dedicato l’antico tempio che sorgeva ai tempi della Neapolis greca proprio nel luogo ove si trova oggi la Cappella. Il Disinganno rappresenta un uomo che si libera da una rete, il tutto posto su una bibbia aperta. Il riferimento è alla liberazione dell’uomo dal peccato e dalle false verità con l’aiuto della ragione, per raggiungere l’autentica conoscenza, quella esoterica.

Pudicizia (Antonio Corradini, 1752) e Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Volgendo lo sguardo verso il basso, ci si imbatte in un altro manufatto che cela dei significati misteriosi. Il pavimento è in realtà un enorme labirinto in bianco e nero, che rappresenta la dualità e l’unificazione delle forze opposte (come i pavimenti a scacchiera che si trovano nelle logge massoniche). Il motivo è realizzato con un’unica linea bianca e continua che forma un’alternanza di svastiche e quadrati. Oggi è possibile ammirarne solo un piccolo frammento davanti alla tomba del Principe. Il labirinto è forse il simbolo più caratteristico del cammino iniziatico, e simboleggia la ricerca continua dell’uomo della via di uscita dal mondo delle cose terrene, effimere, verso la verità e la conoscenza.

Pavimento labirintico (Francesco Celebrano, dal 1765 al 1771 ca.) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Alzando gli occhi verso la meravigliosa volta affrescata nel 1749 da Francesco Maria Russo con il dipinto “Gloria del Paradiso”, occorre soffermarsi sull’elemento che si trova al centro della scena, la colomba. Sul capo dell’animale è stato rappresentato un triangolo che, sebbene secondo il simbolismo cristiano “ufficiale” rappresenti Dio, uno e trino (come i lati del triangolo), per i pitagorici simboleggia la lettera maiuscola “delta” dell’alfabeto greco, associata alla nascita cosmica, mentre per i massoni rappresenta il Maestro Venerabile. Il Principe Raimondo di Sangro omaggia sé stesso, artefice del più stupefacente tempio massonico mai costruito a Napoli, rappresentandosi simbolicamente in qualità di Gran Maestro nel punto più alto della Cappella, l’angolo da cui si sovrasta tutto il resto.

Dettaglio della colomba con il triangolo, Gloria del Paradiso (Francesco Maria Russo, 1749) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

La Cappella Sansevero è visitata ogni anno da centinaia di migliaia di turisti, ma gran parte di essi sono ignari delle allegorie che li circondano. Occorre un occhio critico e allenato per andare oltre l’evidente simbologia cristiana e cercare di cogliere i misteriosi riferimenti massonici ed esoterici nascosti tra le sculture e le pitture volute dal Principe. L’intento di Raimondo era quello di instradare l’uomo verso un cammino di scoperta e di conoscenza, e ogni qual volta un visitatore si pone delle domande del tipo: “Cosa rappresenta tutto ciò?”, “Perché è stato realizzato?”, “Chi è l’artefice?”, l’obiettivo si fa sempre più vicino. La curiosità è il primo stimolo che spinge l’uomo al percorso verso la vera conoscenza, e ammirare la Cappella Sansevero è un’esperienza che suscita curiosità anche nelle menti meno inclini alla scoperta.

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