La ruota degli esposti: i figli della Santissima Annunziata.

Ciò che vi sarà raccontato in questo articolo parte da una zona molto nota del centro di Napoli chiamata Forcella. Non verranno trattati temi incentrati sulla camorra, la delinquenza o quello che generalmente è facile associare alla realtà delle vie di questo luogo. È un racconto che va oltre i dibattiti attuali, tanto reali quanto tristi, ma che spesso sono anche il motivo per cui le menti archiviano la storia. Ma la storia non muore mai e vive negli occhi dei passanti, nelle mura di un edificio e nei monumenti di cui Napoli è piena. Ma ancor di più esiste nella memoria che va sempre coltivata e curata come una pianta le cui foglie devono risplendere ed essere vigorose. A Forcella, infatti, esiste una Basilica con un imponente stile risalente al Barocco del 700 ed origini ben più antiche. È un meraviglioso capolavoro che prende il nome di Basilica della Santissima Annunziata Maggiore. Essa costituisce parte di un grande complesso monumentale che inizialmente era anche composto da un ospedale, un convento, un ospizio per gli orfani e delle camerate per ragazze povere, senza famiglia o illegittime. Rappresentava una delle Sante Case dell’Annunziata, un’antica istituzione del regno di Napoli. Nate nel XIV secolo, le case, fornivano cure e assistenza a neonati e bambini abbandonati. Questa struttura è costituita dalla Ruota degli Esposti che ancora oggi è visibile agli occhi dei passanti. I bambini venivano poggiati all’interno di una specie di tamburo rotante di legno ed affidati alla cure delle balie o delle suore. Storie di disperazione, povertà e di abbandono spingevano genitori o madri a lasciare i proprio figli nelle mani più sicure della Madonna dell’Annunziata. Alcuni neonati non avevano nessun segno di riconoscimento, altri invece erano accompagnati da un pezzetto di carta con su scritto il nome dei genitori, oppure indossavano un pezzo d’oro o d’argento. Tutto ciò che si consegnava insieme al neonato era annotato in un registro, con la speranza che in futuro qualcuno potesse riconoscerli. La ruota era di dimensioni piccole, ma la disperazione che regnava nella Napoli antica era enorme, tanto da portare molti genitori ad affidare anche bambini di 7 o 8 anni alla struttura. Venivano, purtroppo, anche loro inseriti nello spazio ristretto con gambe e braccia spezzate. Generalmente, se non indicati nella cartula o non suggeriti oralmente, agli esposti si attribuiva un nome scelto a caso ed un cognome che fino al 1811 fu per tutti Esposito, che vuol dire “esposto alla pietà altrui, abbandonato”. Expositus in latino è un participio e un aggettivo che significa abbandonare. Ha, inoltre, un sinonimo molto più forte, proiectus, che significa gettar via, ed è il termine da cui è derivato il cognome Proietti, utilizzato a Roma nel Brefotrofio di Santo Spirito. Esposito divenne un marchio e chi possedeva questo cognome era spesso vittima di vilipendi. Nella metà del 1811 fu eliminata la consuetudine di attribuire il cognome Esposito, con decreto di G. Murat n. 985 del 3 giugno 1811: “Considerando che l’antica usanza esistente in alcune Province del regno di distinguere i proietti col cognome di espositi, lascia una macchia che impedisce talvolta i vantaggi che potrebbero avere nello Stato Civile. Considerando, che non è consentaneo alla ragione che tali individui soffrano danno per motivi a loro non imputabili, sul rapporto del nostro Ministro dell’Interno, abbiamo decretato e decretiamo quanto segue:

Art.1) Tutti i fanciulli espositi porteranno da ora innanzi un cognome che verrà loro imposto da coloro che a norma del nostro decreto dei 10 agosto 1810 sono incaricati della tutela dei medesimi.

Tanti sono i bambini che la ruota ha separato dal grembo materno, ma anche dalla povertà, dalla disperazione, dalla sofferenza di una città che non aveva nulla da offrire. Tante le sofferenze di ragazze che dalle campagne entravano in città per lavorare al servizio di grandi famiglie nobiliari e che spesso subivano violenze sessuali e diventavano madri di un figlio che la società non avrebbe accettato e non poteva crescere nel benessere che meritava. La ruota tutelava madre e figlio, affinché né l’una né l’altro arrivassero ad una fine tragica. Vale la pena visitare la bellissima Basilica e anche la ruota, vale la pena spolverare la memoria e far vivere la storia che ci racconta di una vita parallela a quella contemporanea che parte dal passato e cammina accanto al presente per ricordare ciò che si era e migliorare, in futuro, ciò che si è. La ruota era mossa nei momenti di forte disperazione e descriveva un distacco terribile e disumano di una mamma dal suo bambino, ma simboleggia anche amore per l’altro, accoglienza, salvezza, possibilità. Quei bambini sono cresciuti e sono diventati adulti, sono stati adottati, hanno ritrovato i genitori biologici, hanno avuto figli e nipoti e sono la storia, una storia forte e importante che va ancora oggi ricordata.


 

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