L’oro nero di Napoli: l’intramontabile caffè.

A Napoli esistono consuetudini cosi radicate che, nonostante lo scorrere del tempo, restano salde e si fortificano nella mente, nel cuore e nella vita di ogni cittadino e il caffè fa parte, ormai da anni, di queste. “Na tazzulella ‘e café”, come cantava il grande Pino Daniele, infatti, sveglia Napoli di giorno, la coccola dopo pranzo, è presente durante le chiacchiere con amici e parenti nel pomeriggio e aiuta a digerire le grandi cene della sera. È la scusa di due amanti per incontrarsi, è quella perfetta per riunire vecchi amici, è la pausa dal lavoro e dai pensieri, è ottima per fumare una sigaretta, ma è ideale anche per chi la sigaretta non la fuma più o non l’ha mai fumata, è la buona motivazione per trovare chiarimenti, occupa i tempi morti ed è veloce per chi, invece, il tempo non ce l’ha. Il caffè è assolutamente economico, è elemento essenziale in ogni bar ed è sempre capace di riunione le persone, di creare conversazione e di avvicinare i cuori condividendo momenti, sorrisi, pianti, ansie, ma anche silenzi. Diciamola tutta: a Napoli il caffè è una vera e propria esperienza. Ma com’è nata la tradizione del caffè napoletano? E come mai è famoso in tutto il mondo? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un tuffo nella storia.  La parola italiana caffè ha origine dal turco kahve, che a sua volta deriva dall’arabo qahwa (eccitante): la pianta era la Coffea arabica, che insieme alla sua variante Coffea robusta viene usata ancora oggi in tutto il mondo per produrre i chicchi di caffè. L’introduzione del caffè a Napoli si deve a Maria Carolina D’Asburgo-Lorena, sposa nel 1768 di Ferdinando di Borbone, che portò nella città partenopea un’usanza già radicata a Vienna. Bevanda d’élite, divenne ben presto alla portata di tutti grazie agli ambulanti che offrivano caffè ai passanti radicandosi, poi, nella cultura popolare con l’ utilizzo nelle case della cocumella, strumento storico e ormai noto a tutti di preparazione del caffè. Nel 1860 nasce il Gran Caffè, detto anche “Caffè delle Sette Porte”, nel piano terra del palazzo della Foresteria, in piazza San Ferdinando. Il Gran Caffè era gestito da Vincenzo Apuzzo che ricevette il riconoscimento di Fornitore della Real Casa. Per debiti dovette cederlo a Mariano Vacca che nel 1890 ne affidò il restauro ad Antonio Curri, massimo esponente dell’arte napoletana. Convocò i migliori pittori e artigiani della città rendendo unico il suo progetto che chiamò Gambrinus, dalla divinità della birra nelle Fiandre. Volle, così, rappresentare, attraverso le due bevande più diffuse in Europa, il caffè e la birra, l’importanza culturale di Napoli, città che affaccia sul mondo, un mondo che la investe e la pervade, aumentando, così, fascino e bellezza. Il nome Gambrinus vuole intendere che Napoli, nonostante le tante invasioni, un po’ come Re Mida, con le mani bagnate dal mare e del color del sole, rende oro ciò che tocca o meglio ciò che, passivamente, in tanti anni di storia ha dovuto anche toccare. Ancora oggi, al Gambrinus è possibile ammirare i favolosi affreschi realizzati in passato ed insieme ad un buon caffè è possibile apprezzare le bellezze della storia napoletana che esplodono, magicamente, nella struttura storica. Affascinante, coinvolgente, il caffè è un momento fondamentale per i napoletani il cui cuore è immenso e, nonostante le difficoltà quotidiane, riescono a condividere costantemente le emozioni e le sensazioni. Ed è per questo motivo che è nato il Caffè sospeso. L’usanza del caffè sospeso iniziò durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, in tempi molto difficili, la gente era solita pagare due tazze di caffè: una per sé stessa, ed una per chi non poteva permetterselo. Le usanze non muoiono mai, specialmente  se sono costantemente condivise con gli altri. A Napoli, nessuno è realmente sconosciuto per questo motivo il caffè significa molto di più. Significa legami, comunità, significa non dimenticarsi dell’altro, perché l’altro, anche se non lo si incontrerà mai, ha un valore immenso sempre.

 

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