Solidarietà, carità e assistenza: uno sguardo sociologico

di Giovanni Abbatangelo

Lo sviluppo della moderna società occidentale e della sua cultura è avvenuto in un arco temporale molto ampio, che può essere idealmente compreso tra l’avvento dell’umanesimo, quel movimento ideologico e culturale che riafferma la dignità e la centralità degli esseri umani dopo i “secoli bui” del medioevo, passando per innumerevoli tappe più o meno significative. Fasi come la Rivoluzione industriale e i due conflitti mondiali hanno lasciato un’eredità sociale e culturale rilevante, ma è sicuramente la Rivoluzione Francese ad aver gettato le fondamenta di quel sistema valoriale che ancora oggi domina gran parte del mondo occidentale.
Il motto “Liberté, Égalité, Fraternité” ha avuto un impatto così vasto da aver oltrepassato i confini della Francia ed essere resistito al passare dei secoli, elevandosi ad un simbolo di rilevanza universale ed entrando a far parte delle carte costituzionali di tutti i Paesi cosiddetti sviluppati.
Libertà, uguaglianza e fratellanza sono dunque i valori “legittimati” a livello politico e istituzionale, ma non sono gli unici che guidano e dirigono la vita quotidiana di milioni di individui. Un altro concetto legato a doppio filo ai tre capisaldi della società post-rivoluzionaria è quello di solidarietà.
L’idea di solidarietà si è andata affermando tra alti e bassi, vivendo periodi di semi-abbandono e momenti di utilizzo piuttosto generalizzato. Il termine si impone nella sociologia dell’Ottocento e dei primi del Novecento per designare la capacità dei membri di una collettività di agire nei confronti di altri come un soggetto unitario. Con il tempo è stato poi integrato e sostituito da termini come consenso e sistema sociale, ma la locuzione che ha assunto una valenza quasi sinonimica a quella originaria è integrazione sociale. Secondo Luciano Gallino, per integrazione sociale si intende la “tendenza e disponibilità costanti da parte della gran maggioranza degli individui che la compongono a coordinare regolarmente ed efficacemente le proprie azioni sociali con quelle degli altri […] facendo registrare un grado relativamente basso di conflitto”.

Il concetto di solidarietà si sviluppa con l’avvento degli Stati-Nazione

Nonostante questa evidente tendenza all’universalità, situazioni fattuali come la sostituzione progressiva del termine, la mancanza di una sua vera e propria istituzionalizzazione giuridica oppure il tentativo ancora in atto di sostituire le logiche solidaristiche con le leggi del mercato e dell’economia, potrebbero suggerire che la solidarietà occupi una posizione subordinata rispetto ad altri valori fondanti, riducendosi ad un “residuo di epoche trascorse”. Ma è proprio la sua intrinseca capacità di “scardinare barriere, congiungere, permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo” a riabilitarla quotidianamente, nonostante i continui tentativi di cancellazione di questo principio come guida valoriale globalmente condivisa. Al giorno d’oggi, il binomio tra solidarietà e logiche di mercato sembra finalmente essere in gran parte superato, ma per molto tempo i detentori del potere politico non hanno avuto remore nell’utilizzare le politiche di welfare per ottenere scopi specifici, tra cui la neutralizzazione dei conflitti sociali (dannosi per l’economia e gli interessi finanziari) e la diffusione di precisi modelli socio-culturali (basti pensare all’esponenziale aumento delle spese legate al welfare sostenute nel periodo dalla Guerra Fredda).
Ritornando al tema della “nascita” della solidarietà, uno dei primi sociologi ad occuparsi della questione è il francese Emile Durkheim (1858-1917) che nell’opera “De la division du travail social” del 1893 specifica come la società non può esistere senza un minimo di solidarietà, il cosiddetto “consensus” preso in prestito da Auguste Comte. Il consensus, per Comte, consisteva nel buon funzionamento dell’insieme, nello stato di salute di una società in cui ogni sua singola parte agisce in armonia con le altre per il buon andamento del complesso, e non si tratta di un atteggiamento psicologico in quanto esso agisce come forza autonoma rispetto all’individuo. La società dunque va oltre la somma degli individui che agiscono mossi dal tornaconto egoistico. Durkheim distingue due forme di solidarietà: quella meccanica, tipica delle società semplici e dotate di scarsa divisione del lavoro, e quella organica, tipica delle società in cui esiste una più alta differenziazione dei ruoli lavorativi. Quest’ultima tipologia di solidarietà viene prodotta infatti dalla divisione del lavoro e soprattutto dalla sua differenziazione. Ci troviamo di fronte alla solidarietà organica soltanto nel momento in cui ogni individuo rientra in uno specifico campo d’azione e sviluppa una propria personalità. A ciascun soggetto viene affidata una funzione caratteristica che da un lato rappresenta la sua singolarità, e dall’altro alimenta la sua dipendenza dal resto delle diverse funzioni della società, rafforzando la solidarietà. Tutte le diverse funzioni lavorative sono necessarie al buon funzionamento dell’insieme collettivo, quindi la divisione del lavoro implica l’esistenza della solidarietà come “lubrificante” del meccanismo sociale.

Emile Durkheim introduce la distinzione tra “solidarietà organica” e “solidarietà meccanica”

Già prima della diffusione delle idee positiviste, John Locke, nei “Due trattati sul governo” (1660) concepì un primo principio di solidarietà, collegandolo però ad un altro ideale, quello della carità. Tuttavia Locke rapporta questo valore ad un concetto che esprime un grosso limite morale: la “responsabilità della ricchezza”. Con esso il filosofo indica un obbligo etico limitato a coloro che possiedono i mezzi di sussistenza necessari al sostegno dei bisognosi orientando la concezione di carità nell’ottica di una giustizia collegata esclusivamente alla proprietà.
Soltanto con Montesquieu l’idea di una mera “elemosina” viene superata da una dimensione più tipicamente solidaristica, spostando l’attenzione dalla responsabilità della ricchezza al dovere civico. Con questo fondamentale passaggio, emerge e si rafforza l’importanza della dignità della persona, non più subordinata alla benevolenza e alla volontà altrui, ma sostenuta dal riconoscimento di un diritto formale. La solidarietà, pertanto, spostatasi nella sfera dei diritti, si candida a pieno titolo ad entrare a far parte dei principi fondativi della società, alla pari di libertà, uguaglianza e fratellanza.
La concretizzazione di questo riconoscimento si attua in maniera definitiva con l’istituzionalizzazione della solidarietà all’interno degli Stati Nazione, che si costituiscono saldamente sui diritti sociali. Le costituzioni che guidano e governano l’operato degli Stati delineano uno scenario in cui si avverte un netto distacco dalla visione di solidarietà come carità per farsi strumento di emancipazione sociale.
Prendendo ad esempio il caso italiano, l’Articolo 2 della Costituzione stabilisce l’‹‹adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale››, sottolineando come gli Stati si obblighino ad individuare e mettere in pratica una serie di interventi di welfare che vanno a costituire il fondamento stesso dell’apparato statale.
In merito al rapporto tra solidarietà e carità, un tema sui cui si dibatte frequentemente è il reddito di cittadinanza o reddito di base, definito da Van Parijs “un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite”. Si tratta dunque di un “sostegno economico, pari almeno al livello di sussistenza, destinato a tutti coloro […] che versino in condizione di effettivo bisogno per mancanza di reddito e di un patrimonio sufficiente ad avere assicurata l’esistenza”. Il dibattito in questione si basa sulla differenza di vedute tra coloro i quali considerano il reddito di cittadinanza un semplice sussidio, un intervento dalla vocazione fortemente assistenzialista da parte dello Stato, e chi invece sostiene che non si tratti di uno strumento di cui vivere, bensì di un atto destinato ad aiutare i più bisognosi a raggiungere le condizioni socio-economiche minime per garantirsi un’esistenza dignitosa ed entrare nel mondo del lavoro.

In Italia, il partito che più di tutti si è battuto per l’introduzione del Reddito di Cittadinanza è il Movimento 5 Stelle

Le tesi sostenute dai primi partono dal presupposto che i beneficiari di una tale misura smetterebbero di impegnarsi ad essere parte attiva del sistema economico, limitandosi a “sopravvivere” a spese degli altri. Va ricordata in merito la dichiarazione del 2012 dell’allora Ministro del Lavoro Elsa Fornero: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno, e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Si tende dunque a sottolineare come, in presenza di un tale sistema, il dovere statale di solidarietà rischi di trasformarsi in una sorta di “elemosina mensile” elargita a chi non ha voglia di partecipare attivamente alla vita socio-economica. Ma è questa una visione palesemente miope ed estremista che non tiene conto del fatto che molti indigenti siano davvero impossibilitati a provvedere da soli al raggiungimento di uno standard minimo di dignità e sopravvivenza, e il reddito di cittadinanza potrebbe fungere da trigger che scatena meccanismi di inserimento sociale e autorealizzazione.
Al contrario, a favore dei sostenitori del reddito base, esiste in primo luogo la presenza di un riferimento giuridico europeo e nazionale che riconosce a tutti la possibilità di vivere un’esistenza dignitosa come un diritto fondamentale, alla base di quella giustizia sociale di stampo universalistico che in Italia non si è mai del tutto realizzata. Come spiega Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, il partito che più di tutti si è battuto a favore dell’introduzione nell’ordinamento italiano del reddito di cittadinanza, esso “non è beneficenza, ma è dare un’opportunità”. È questa una visione in linea con le argomentazioni riportate da Chiara Tripodina che considera l’introduzione del reddito base un intervento volto a garantire:
Solidarietà, in quanto aiuta a “sostenere l’individuo nel fronteggiare le cause di insicurezza ed esclusione e a favorirne il reinserimento sociale”;
Libertà nei confronti dei lavori “servili”, non in linea con le proprie aspirazioni o capacità. Liberando l’individuo dalla costante necessità di dover impegnare tutto o quasi il suo tempo per garantirsi un salario, gli si offre la possibilità di “decidere a quali attività dovrebbe essere data priorità […] e quale lavoro è considerato adatto e accettabile e quale no”;
Equità, considerando il reddito di cittadinanza una sorta di redistribuzione di ricchezza, un “risarcimento dovuto alla collettività in ragione dell’appropriazione originaria di risorse naturali o altri beni comuni da parte di alcuni”.
Tuttavia è necessario evidenziare che la solidarietà non sempre assume sembianze emancipatrici come quelle appena descritte, ma a seconda dei contesti può mantenere “connotati mutualistici, adottando logiche verticali più che orizzontali”. Non di rado ci si trova dinanzi ad una solidarietà cosiddetta “sequestrata”, ossia di interventi messi in atto da soggetti mossi dalla tutela dei propri interessi piuttosto che dalla natura universalistica della solidarietà. Si tratta in questi casi di un ritorno ad un concetto di tipo assistenziale, una sorta di ricongiungimento regressivo della nozione di solidarietà con quella di carità, “pura beneficenza”, seppur governata da altri fini.
L’enorme rischio è quello di tornare indietro ad una negazione dei diritti universali riconosciuti dagli Stati in favore dei più deboli, rilegando nuovamente questi soggetti alla dipendenza sociale e assoggettandoli in maniera istituzionalizzata al potere. Lo Stato viene meno ai suoi doveri pubblici, affidando più o meno interamente a nuove forme auto-organizzate di solidarietà, come ad esempio il volontariato, la tutela dei soggetti bisognosi.

Il volontariato spesso va dunque a colmare quel vuoto di “solidarietà” lasciato dallo Stato

L’incapacità dello Stato di soddisfare tale compito non può far altro che sottrarre ad esso la sua considerazione di “diritto”, facendo perdere alla solidarietà il carattere di “obbligazione pubblica” che le garantiva quello status di istituzionalizzazione e facendo avvertire in tal modo una restrizione dei diritti riconosciuti. Il volontariato quale forma di “solidarietà sostitutiva” va dunque a colmare quel vuoto lasciato dalle mancanze dello Stato mettendo in atto il principio per cui ogni cittadino deve partecipare in prima persona alla realizzazione del programma costituzionale.
Nel caso del volontariato, la solidarietà è strettamente connessa con il concetto di gratuità poiché esso, per essere considerato tale, esige prestazioni gratuite. Assistiamo pertanto al fiorire di un articolato sistema di organismi “non statali” che trovano la propria legittimazione non più dall’appartenenza all’apparato istituzionale ma dagli assunti indicati nella carta costituzionale e dalla stessa universalità del concetto di solidarietà. La cosiddetta “cooperazione non governativa” è svolta principalmente da organizzazioni private non profit operanti a livello internazionale che possono avere il riconoscimento di ONG dal Ministero degli Affari Esteri e, in quanto tali, ricevere finanziamenti specifici. Le ONG italiane sono circa 250. A esse fanno capo circa 2.000 volontari e cooperanti impegnati all’estero e 3.500 operatori impegnati in Italia.
Le organizzazioni non profit a livello internazionale sono regolate dal diritto di ogni paese sede ed eventualmente anche dal diritto internazionale. Questo perché quando si opera a livello internazionale i sistemi giuridici da rispettare sono quelli di molti paesi, e sono anche molto differenti tra loro. Queste organizzazioni, che si trovano ad agire in uno scenario complesso e complicato, svolgono principalmente funzioni di intervento e azione (ad esempio, la Croce Rossa ed Emergency), di rappresentanza di interessi e servizi ai propri confederati.
Alla conclusione di queste riflessioni, va ricordato che la solidarietà dovrebbe rientrare integralmente nella “logica del dono”, ovvero dovrebbe prescindere dall’individuazione di un destinatario specifico e rivolgersi indistintamente all’ambito dell’umanità intera senza distinzioni e discriminazioni.

Riferimenti:
DURKHEIM E., La divisione del lavoro sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1999
GALLINO L., Dizionario di Sociologia, II Edizione, UTET, Torino, 1993
LOCKE J., Due trattati sul governo, a cura di B. Casalini, Plus, Pisa, 2007
RODOTÀ S., Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, Bari, 2014
VAN PARIJS P., VANDERBORGHT Y., Il reddito minimo universale, Egea, Milano, 2006
TRIPODINA C., Il diritto a un’esistenza libera e dignitosa. Sui fondamenti costituzionali del reddito di cittadinanza, Giappichelli, Torino, 2013

Share Button
ti è piaciuto l\'articolo?

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*