C’era una volta…………. il sindacato

Il titolo di questo articolo prende spunto dal libro di Stefano Livadiotti, “L’altra casta”, che parla dei privilegi che il sindacato ha e che, ad oggi, nessuno mai si è permesso di toccare. Privilegi che sono enormi e che tentiamo, vista la loro vastità, di sintetizzare cercando di analizzarli brevemente ed in modo semplice, per comprendere al massimo cosa, queste holding, sono riuscite a costruire attraverso diverse fonti di guadagno.

Iniziamo dai vantaggi pensionistici. E’ ampiamente risaputo che con una legge ad hoc fatta dall’allora ministro Treu, la n.564 del 1996, i sindacalisti hanno ricevuto un assegno pensionistico doppio (riscattando, inoltre, periodi di lavoro effettuati in nero), potendo così affrontare una bella e serena vecchiaia alla facciaccia, come diceva il grande Totò, dei milioni di pensionati italiani che godono di un assegno pensionistico mensile inferiore alla soglia di sopravvivenza.

Ad usufruire della suddetta legge pare siano stati in circa 17.000 sindacalisti. In pratica, con la legge 564/96, il calcolo della pensione dei sindacalisti è basato sull’ultimo mese di stipendio percepito. In questo modo è sufficiente un solo mese, magari facendosi riconoscere uno stipendio alto, per avere accesso ad una pensione calcolata solo sull’ultimo stipendio. E scusate se è poco.

Diverso è l’aspetto per quanto attiene alle quote associative che sono, forse, il modo più veloce e sicuro per fare cassa. Basta prendere l’1 percento della paga base. Su uno stipendio di 1.000 euro, ad esempio, il sindacato trattiene mensilmente 10 euro (che possono arrivare fino a punte di circa 15 euro), con doppia trattenuta nel mese di dicembre, dimenticandosi che hanno a che fare con la paga di un lavoratore per il quale anche il singolo euro è importante.

Naturalmente, nel computo rientrano anche i pensionati. Nessuno è risparmiato.

Al prelievo, direttamente dalla busta paga, provvedono gli enti o le aziende senza alcun costo aggiuntivo per il sindacato. Tutto questo, verrà inserito nei bilanci? Bella domanda. I sindacati, infatti, godono di una certa “immunità” che li dispensa dall’obbligo di rendere pubblici i loro bilanci. Non si sa nemmeno con certezza il numero degli aderenti alle organizzazioni.

La legge equipara i sindacati alle associazioni ONLUS , le quali non hanno scopi lucrativi; quindi, arrivederci e con buona salute.

Un discorso a parte merita il patrimonio immobiliare. Gli immobili posseduti ammontano in media ad oltre 3.000 per sigla sindacale (parliamo naturalmente della Triplice): un’immensità. A tutto questo vanno aggiunti gli introiti che ricevono dai C.A.F. e dai Patronati (i lavoratori ottengono assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi e consulenza in modo  gratuito perché è lo Stato a pagare loro la commissione). Un affare che, solo nel 2007, ammontava a circa 300 milioni di euro ai quali aggiungere gli oltre 190 dei patronati, il miliardo delle quote associative e gli introiti degli immobili posseduti.

A voi l’onere di fare i dovuti calcoli. E, giusto per completezza di informazione, il tutto esentasse!

Una menzione speciale ed una maggiore attenzione meritano i cosiddetti rappresentati locali dei lavoratori. Chi di noi non li conosce? Alcuni in perenne distacco sindacale (in pratica non hanno mai lavorato), vanno in giro a fare proseliti tra i dipendenti per le iscrizioni al sindacato, ricevendo a fine mese una parte delle quote riscosse dal “pacchetto” tessere posseduto. Il tutto, parrebbe, a nero o come voce di rimborso. Non si dovrebbero dichiarare all’Ente presso cui lavorano le somme ricevute? C’è qualcuno che controlla? Vengono fatti i dovuti accertamenti?

Negli ultimi tempi, grazie alle modifiche apportate al Decreto Legislativo n.165 del 2001 dal cosiddetto “decreto Brunetta”, parte dei loro poteri si è affievolita, soprattutto per quanto attiene ai trasferimenti dei dipendenti per i quali si facevano fortemente garanti. Ormai questo spetta esclusivamente al dirigente con i poteri del privato datore di lavoro. Le limitazioni ai sindacati sono state tante riducendoli, in modo chiaro, alla sola informazione, concertazione e contrattazione. Che fare allora? Altro non resta che buttarsi in politica.

Negli ultimi anni sono stati eletti ben 80 tra senatori e deputati provenienti dai sindacati, senza contare i consiglieri regionali, comunali e circoscrizionali. Mica c’è da offendersi poi se l’onorevole Di Maio dei “Cinque Stelle” afferma che i sindacati vanno riformati, considerato soprattutto le ultime conquiste ottenute: “abrogazione dell’articolo 18”, “rinnovo dei contratti di lavoro dopo ben 10 anni”, “trattenuta economica sulla malattia” ecc.

La nostra memoria volge al passato ed a tutto quello che riuscirono a conquistare e costruire i vecchi sindacalisti; molti di questi hanno dato la propria vita per i diritti dei lavoratori. Ma questo rappresenta un altro discorso che fà parte, appunto, dei ricordi del passato; oggi la situazione è ben altra, oggi non ci resta che meditare. Soprattutto adesso che si avvicinano le elezioni sia Politiche che per le rappresentanze sindacali unitarie (RSU).

Paola de Vita

 

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